La committente – e forse anche ex amante – ne fu scontenta, ma è un capolavoro del movimento Moderno

Il New York Times ha raccontato la storia del processo contro il celebre architetto tedesco naturalizzato statunitense Ludwig Mies van der Rohe, denunciato dalla committente di una casa di villeggiatura che aveva progettato, la Farnsworth House a sud di Chicago, ora famosa in tutto il mondo come esempio di architettura modernista. La vicenda è stata recentemente ricostruita dallo scrittore e giornalista del Boston Globe Alex Beam nel libro Broken Glass.

La storia iniziò nel 1945, quando Mies van der Rohe conobbe a una festa a Chicago Edith Farnsworth, una famosa nefrologa che gli raccontò che voleva farsi costruire una casa di campagna a Plano (Illinois) e che gli chiese se c’era «qualche giovanotto nel suo studio» che gliela potesse progettare. Mies van der Rohe propose di farlo lui stesso: di norma non si interessava di case piccole e secondarie, ma era disposto a occuparsene se il lavoro fosse stato «interessante e di pregio». Nacque così un rapporto che per alcuni anni fu probabilmente anche sentimentale: all’epoca la compagna di Mies van der Rohe, la scultrice Lora Marx, si era allontanata da lui per disintossicarsi dall’alcol (una dipendenza che i due condividevano) e Farnsworth «divenne la preferita di Mies», spiega Beam. Marx e Mies van der Rohe tornarono insieme mentre il rapporto con Farnsworth si raffreddava sempre di più, fino all’acredine del processo nel 1952.

In quei primi tempi d’intesa però Mies van der Rohe (che si pronuncia così) e Farnsworth vivevano in un «mondo di rara intensità intellettuale e spirituale», e il progetto della villa fu concluso nel 1947. Farnsworth voleva spendere 8-10.000 dollari dell’epoca (più o meno 110 mila dollari di oggi) ma l’architetto disse che anche 40.000 erano troppo pochi e alla fine salirono a 70.000 (pari a 680.000 dollari di oggi): nel 1952, a costruzione finita, Farnsworth ormai non era più né un’amica né un’amante, ma soltanto una cliente insoddisfatta. Fu l’architetto a fare causa per primo per ricevere il pagamento di 28.000 dollari per le spese di costruzione; lei lo contro-denunciò per danni dovuti a negligenza. Gli avvocati dimostrarono che Farnsworth aveva approvato i piani di costruzione e l’aumento del budget e il giudice le impose il pagamento dei conti.

La vicenda è stata spesso presentata come una storia di orgoglio ferito e vendetta mancata, ma negli ultimi anni lo studio dei diari di Farnsworth e delle lettere che si scambiò con l’architetto ha ricostruito la storia sotto una prospettiva diversa. Alcuni passi mostrano per esempio lo scontento di Farnsworth per certe scelte di Mies van der Rohe: si accapigliavano sulla mancanza di tende, sull’assenza di una cabina armadio – «è una casa di villeggiatura, ti basta un solo vestito: appendilo a una gruccia sulla porta del bagno» – sull’afa eccessiva, perché c’era una porta sola, sulle finestre apribili che erano minuscole e sull’aria condizionata che non c’era. Di notte, quando la villa veniva illuminata, si trasformava in una lanterna per zanzare e moscerini e per finire era stata costruita troppo vicino al ruscello Fox: dalla costruzione a oggi è stata allagata sei volte, anche con grossi danni ai mobili e agli interni.

In particolare Farnsworth contestava la ragione per cui la villa divenne così celebre: non è fatta per viverci ma è l’espressione di un’idea di architettura, quella del movimento Moderno, razionale, astratto, funzionale e attento alla purezza delle linee, come si vede anche nei progetti di altri esponenti tra cui Le Corbusier, Walter Gropius, Alvar Aalto e gli italiani Gio Ponti, Franco Albini e Piero Portaluppi. Nel suo principio “less is more” (meno è più) Mies van der Rohe voleva azzerare i fronzoli e dare forma all’essenziale.

La villa ha una superficie di 140 metri quadrati ed è un open space sopraelevato a un metro e mezzo da terra, sorretto da otto colonne di acciaio che proseguono fino a sostenere il tetto. Non esistono mura ma soltanto vetrate che mostrano l’interno e che lo collegano armoniosamente al bosco di fuori, lasciando entrare la luce naturale. I bagni sono l’unica parte della casa nascosta, racchiusi da pannelli di legno al centro del piano terra.

Come ha spiegato lo storico Maritz Vandenburg in una monografia sulla villa:

«Ogni elemento fisico è stato distillato nella sua essenza irriducibile. L’interno è trasparente al luogo circostante in un modo mai visto prima ed è anche completamente sgombro. Tutto l’armamentario delle case tradizionali – stanze, muri, porte, tappezzeria, mobili sparsi, quadri sui muri, persino gli oggetti personali – è stato virtualmente abolito nella versione puritana di un’esistenza semplificata e trascendente».

Villa Farnsworth fu anche al centro di un articolo pubblicato nell’aprile del 1953 dalla rivista di architettura House Beautiful, che attaccava il movimento Moderno e in particolare i progetti di Mies van der Rohe, Gropius, Le Corbusier e dei loro seguaci definendoli una «minaccia alla nuova America». Erano gli anni della guerra Fredda e la nuova architettura veniva accusata di nascondere ideali comunisti dietro costruzioni “cupe” e “spoglie”.

Alla polemica partecipò anche Frank Lloyd Wright, considerato l’iniziatore di un ramo del Modernismo: l’architettura organica, che ricercava l’armonia e l’integrazione tra natura e architettura, come esemplificato nella sua Casa sulla cascata (Fallingwater). Lloyd Wright si era sempre opposto alle strutture nude e severe del Modernismo e in quell’occasione scrisse: «Sapete perché diffido e avverso questo movimento internazionale così come il comunismo? Perché entrambi, per natura, livellano tutto in nome della civiltà».

Farnsworth usò la casa fino al 1972 e nel 1975 la vendette a Lord Peter Palumbo. Ora la casa è un museo aperto al pubblico, è stata restaurata più volte ed è mantenuta più fedele possibile al modello disegnato da Mies van der Rohe.

https://www.ilpost.it/2020/03/29/mies-van-der-rohe-farnsworth-house/